Per quanto tu possa
camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i
confini dell’anima: così profondo è il suo lògos. (Eraclito)
Datemi una dozzina di
bambini normali, ben fatti, e un ambiente opportuno per allevarli e vi garantisco
di prenderne qualcuno a caso e di farlo diventare qualsiasi tipo di
specialista, che io volessi selezionare: dottore, avvocato, artista,
commerciante e perfino accattone e ladro, indipendentemente dalle sue
attitudini, simpatie, tendenze, capacità, vocazioni. (J. Watson)
Il primo frammento è una nota citazione del filosofo
Eraclito intorno al problema della psychè, tradotta dal greco come “anima”. Il
secondo è una altrettanto famosa frase di John Watson, psicologo
statunitense, in riferimento al
comportamento umano.
La domanda a questo punto è “chi dei due sta effettivamente parlando di psiche?”. Il primo è un filosofo, il secondo uno psicologo, ma il primo cita questa psychè, il secondo no. Quindi?
Lasciamo la questione in sospeso e facciamo un passo indietro.
Se dovessimo chiedere a noi stessi: “che cos’è la psiche?”, come risponderemmo? Con quale dei due personaggi ci ritroveremmo più concordi?
Dare una risposta credo sia impossibile, per il semplice fatto che se è vero che il nome “psiche” ci riporta all’idea di anima, è pur vero che ad essa si associano anche parole come comportamento, cervello, memoria, o in modo ancor più generico, “testa”, “mente”, e via dicendo. Tutto ciò fa parte della nostra cultura.
La domanda a questo punto è “chi dei due sta effettivamente parlando di psiche?”. Il primo è un filosofo, il secondo uno psicologo, ma il primo cita questa psychè, il secondo no. Quindi?
Lasciamo la questione in sospeso e facciamo un passo indietro.
Se dovessimo chiedere a noi stessi: “che cos’è la psiche?”, come risponderemmo? Con quale dei due personaggi ci ritroveremmo più concordi?
Dare una risposta credo sia impossibile, per il semplice fatto che se è vero che il nome “psiche” ci riporta all’idea di anima, è pur vero che ad essa si associano anche parole come comportamento, cervello, memoria, o in modo ancor più generico, “testa”, “mente”, e via dicendo. Tutto ciò fa parte della nostra cultura.
Un buon modo di facilitarci la strada sarebbe quello di
cambiare il senso della domanda, non “che
cos’è la psiche?” , ma “di cosa
parliamo quando diciamo psiche?”
Credo che questo possa considerarsi un punto di partenza fondamentale, onde evitare banali riduzionismi da un lato, e astratte discussioni dall’altro.
Credo che questo possa considerarsi un punto di partenza fondamentale, onde evitare banali riduzionismi da un lato, e astratte discussioni dall’altro.
Ho voluto iniziare con questa premessa dato che è proprio
della psicologia che andrò a discutere su questo blog, soffermandomi in
particolar modo su quegli “scismi” che vanno sotto il nome di psicopatologia,
nel tentativo di farne emergere un quadro unitario e sensato.
La psicologia su internet (è qui del resto che scriviamo) è in balia un po’ di chiunque e in qualunque modo. Per lo più si incappa in articoletti scritti alla bell’e meglio rivolti ad un pubblico che a mio modesto parere semplicemente non esiste. Chi infatti si metterebbe, in uno stato di relativo equilibrio interiore, a cercare articoli che ti spiegano come trasformare la tua vita nella pubblicità del “mulino che vorrei”? Nessuno, o forse qualcuno, ma per disperazione, perché non si sa più dove sbattere la testa, e allora oltre che banale la questione diventerebbe pure pericolosa per il soggetto in questione.
Chiaramente esistono studenti, professionisti, cultori della materia che si danno da fare perché parlare di psicologia rimanga qualcosa di serio e dignitoso, ed è a questo secondo filone che vorrei accostare il mio scrivere.
Ricollegandomi dunque alla domanda, “di cosa parliamo quando diciamo psiche?”, vorrei fare alcune precisazioni. Parlando di psicopatologia, ma anche di buona parte della psicologia clinica, il metodo che seguirò sarà quello di dare (si spera) il giusto spazio ad ogni aspetto del problema trattato, nella convinzione che se da una parte non possiamo prescindere dagli aspetti descrittivi, statistici, quantitativi del discorso (riducendo quindi il concetto di psiche in termini come “depressione” piuttosto che “rabbia”), dall’altra il senso vissuto dell’esperienza rimane non solo ineliminabile (come avrebbe invece voluto Watson), ma anche il cuore di ogni psicopatologia (e psicologia, più in generale) che voglia comprendere una determinata realtà (che sia la depressione o che sia la rabbia) e non solo spiegarla in termini causali. In questo secondo caso chiameremo la psiche: esperienza, vissuto, o per dirla con Heidegger “essere-nel-mondo”.
La psicologia su internet (è qui del resto che scriviamo) è in balia un po’ di chiunque e in qualunque modo. Per lo più si incappa in articoletti scritti alla bell’e meglio rivolti ad un pubblico che a mio modesto parere semplicemente non esiste. Chi infatti si metterebbe, in uno stato di relativo equilibrio interiore, a cercare articoli che ti spiegano come trasformare la tua vita nella pubblicità del “mulino che vorrei”? Nessuno, o forse qualcuno, ma per disperazione, perché non si sa più dove sbattere la testa, e allora oltre che banale la questione diventerebbe pure pericolosa per il soggetto in questione.
Chiaramente esistono studenti, professionisti, cultori della materia che si danno da fare perché parlare di psicologia rimanga qualcosa di serio e dignitoso, ed è a questo secondo filone che vorrei accostare il mio scrivere.
Ricollegandomi dunque alla domanda, “di cosa parliamo quando diciamo psiche?”, vorrei fare alcune precisazioni. Parlando di psicopatologia, ma anche di buona parte della psicologia clinica, il metodo che seguirò sarà quello di dare (si spera) il giusto spazio ad ogni aspetto del problema trattato, nella convinzione che se da una parte non possiamo prescindere dagli aspetti descrittivi, statistici, quantitativi del discorso (riducendo quindi il concetto di psiche in termini come “depressione” piuttosto che “rabbia”), dall’altra il senso vissuto dell’esperienza rimane non solo ineliminabile (come avrebbe invece voluto Watson), ma anche il cuore di ogni psicopatologia (e psicologia, più in generale) che voglia comprendere una determinata realtà (che sia la depressione o che sia la rabbia) e non solo spiegarla in termini causali. In questo secondo caso chiameremo la psiche: esperienza, vissuto, o per dirla con Heidegger “essere-nel-mondo”.
Per fare ciò, cercherò di dar luogo ad un discorso
pluridisciplinare, appellandomi da un lato alla ricerca più accreditata e,
possibilmente, recente, dall’altro alla ormai secolare tradizione di
psicologia, psicopatologia e fenomenologia che vede K. Jaspers, L. Binswanger, E.
Minkowski, ma anche gli italiani E.
Borgna o B. Callieri tra i nomi di spicco, fino ad un discorso più sociologico,
attuale e meno sistematico. Tutto questo per non risultare né troppo pedante e
tecnico ma nemmeno orientato da impressioni momentanee.
Sono convinto che parlare di scienza significhi riconoscere
di voler seguire un metodo intorno al proprio oggetto di studio. E che se, ad
esempio, quando ci troviamo di fronte ad un trauma cranico dobbiamo far leva in
modo preponderante sulla terminologia quantitativa, non possiamo certo fare lo
stesso di fronte ad una perdita di significato esistenziale.
Ogni cosa a suo posto, per lo meno in termini di metodo,
questo è il mio proposito.
Diversamente, se siete animati da un certo (e in parte comprensibile) scetticismo, vi invito a consultare uno di quei manuali che già nel titolo inizi con un “come...”, e magari troverete una psicologia molto più comoda e accessibile, che però non è la mia.
Diversamente, se siete animati da un certo (e in parte comprensibile) scetticismo, vi invito a consultare uno di quei manuali che già nel titolo inizi con un “come...”, e magari troverete una psicologia molto più comoda e accessibile, che però non è la mia.
Buona lettura.
Alessandro Zucchetti

Nessun commento:
Posta un commento